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Scritto da fabio   

Ripenso ai miei stagisti e alle persone che avevo seguito. Dal primo mitico e insuperabile David Ago, il grande montanaro che è riuscito a sviluppare la base del codice javascript di migliaia di simulazioni che ora girano in tutto il mondo ad Alessandro che è arrivato a sviluppare in flex. Loro partecipavano a tutte le riunioni come normali collaboratori. Con la stessa responsabilità sul loro lavoro che ovviamente era più semplice perché stavano imparando.  Lavoro semplice, non umiliante. Se c’era da sviluppare un sofware facevano la parte che riuscivano a fare e su quella parte erano responsabili come chiunque altro. Se c’era da compilare una lista erano responsabili dal primo all’ultimo elemento della lista. E se non erano in grado gli si sinsegnava.

La responsabilità su quello che si fa è una delle cose più importanti per crescere e per diventare autonomi. Se questa resta di qualcun altro si vivacchia, tanto chissenefrega.

 

Se si è responsabili ci si mette l’anima perché quello che si fa è nostro. Se è responsabile un altro o se quello che si fa comunque non va bene perché non ci sono regole e non sono stati definiti gli obiettivi dopo un po’ si perde l’interesse. E ancora… chissenefrega.

Quando mio padre tempo fa mi raccontava con orgoglio del nonnismo al militare ero schifato. Mi sembrava anaronistico come le lauree a Padova. E mi domandavo… ma se uno si laurea perché trattarlo male invece che essere felici per lui? E se uno si sposa perché torurarlo invece che gioire con lui? Non ho mai trovato una spiegazione a tutto ciò. Dicono che si faccia per ridere. Che sia divertente. Secondo me sotto sotto è umiliante.  E alimenta comportamenti umilianti.

E' anche facile.

E’ facile prendere gli altri per il culo invece che complimentarsi  perché non si ha il coraggio di dire veramente quello che si pensa. E’ facile prendere per il culo quando si è invidiosi di un successo di qualcun altro. Prendere per il culo è una buona soluzione per tutto?

Poi ci si può nascondere dietro il “non c’è nulla di male a fare qualche scherzo” però… che scherzi sono?

Che scherzi sono se poi nella vita il neolaureato in giurisprudenza deve farsi una gavetta da fame per anni? E quando diventa finalmente avvocato tratterà gli altri esattamente come è stato trattato pensando che sia giusto così?

Che scherzi sono se il capo deve trattare male il dipendente solo perché è il capo? E quando il dipendente diventerà capo questo farà lo stesso con gli altri?

Ma cosa è un capo? E’ solo una persona che coordina le persone. E’ solo una persona come le altre che fa un lavoro diverso dalle persone che coordina.

Nella vita sembra che il capo sia quello che deve prendere più soldi e la persona più importante però in questo caso la squadra di calcio è un buon esempio: l’allenatore non è necessariamente quello che prende di più. L’allenatore fa solo un lavoro diverso dagli altri. Li guarda e li coordina.

Poi ci si può ritrovare a lavorare in un posto in cui uno stagista non può prendere il caffè insieme agli altri perché è uno stagista. In cui non viene valutato perché non ha responsabilità. E’ escluso da ogni riunione e da ogni decisione. Gli vengono affidati gli incarichi che nessuno vuole fare. Viene chiamato anche per caricare un carrello da chi potrebbe farselo da solo come se il suo tempo non valesse nulla. E viene anche cazziato se non capisce che cosa deve fare. In cui sembra non possa dire la sua perché tanto è un inferiore. In un mondo in cui ogni microscopico gradino lavorativo autorizza a chiedere qualunque cosa a chi sta sotto.

Queste etichette. Questo nonnismo. A che servono se non per creare fastidio, regole assurde, giustificazioni e odio. L’odio per essersi impegnati e poi essere valutati zero perché non si sono messe le banconote in ordine di matricola. Senza che ovviamente, nessuno ti abbia spiegato né come farlo né abbia dato un minimo senso a quella operazione inutile che è mettere le banconote in ordine di numero prima di portarle in banca.

Ripartiamo. Siamo ancora in tempo. Abbiamo tutti delle idee. E soprattutto: siamo tutti uguali. 

Ultimo aggiornamento ( lunedì 28 febbraio 2011 00:58 )